domenica 7 dicembre 2014

Auguri

Ancora per pochi minuti sarà il giorno del tuo compleanno. Quattro anni di te, di incredulità e meraviglia, di scoperte e di crescita, di coccole e di baci, abbracci e nasino-nasino. Non ci siamo fatti mancare nemmeno le fatiche, gli spaventi, l'impazienza. Da quattro anni mi prendi per mano e conduci la mia vita, il mio passo si adegua al tuo, il mio sguardo si abbassa al livello del tuo, e mi piace la vita vista da quell'altezza. Mi piace vivere con te, e soprattutto di te. Mi piacciono i tuoi disegni pieni di colore, la tua parlantina così sciolta che non si arrende nemmeno al tedesco, i tuoi capelli con i boccoli in fondo, la tua passione per i bretzel, le dita dei piedi così piccole e rosa da sembrare dipinte.
Buon compleanno piccina mia, boccuccia rosata, ciglia ad ali di farfalla, cuore grande. Tutto questo e di più, immensamente di più, sei tu per noi. Ti adoro.
 Mamma.

martedì 2 dicembre 2014

Capita

Capita.
Capita, alle volte, di guardare la nebbia fuori dalla finestra, una nebbia strana, bassa, bagnata, e lasciarsela entrare dentro, nella testa, negli occhi e nel cuore.
Capita di ritrovarsi a condividere il "si stava meglio quando si stava peggio!",  e di sentirsi un essere inverecondo per questo. Perché poi? Perché il peggio era un luogo conosciuto, familiare, nostro, in cui ci si muoveva schivando le macerie di vite in pezzi, ma almeno ci si sapeva muovere. Il meglio è rutilante, luminoso, forse anche rasserentante, ma non è nostro, non si capisce, è come al di là di un vetro immacolato, e la sensazione è quella di essere un uccello in una gabbia bellissima, di cui non si ha la chiave.
Capita che una bambina meravigliosa e innocente ogni tanto dia voce alle tue angosce, quelle che cerchi di non far saltare fuori: "Mamma, a me piaceva più l'altra casa, quella che avevamo in Italia!", "Mamma, a volte all'asilo mi sento sola!", ed il cuore ti si frantuma in un milione di pezzi, e recuperare autocontrollo, una voce rassicurante e gli occhi asciutti, per farla sentire tranquilla, è un'impresa eroica che a volte fallisci.
Capita che sia difficile. Anzi no, non capita. Lo è quasi sempre. Perché non sai ancora la lingua, anche se la studi con impegno. Perché per buttarti in questa avventura hai lasciato ogni frammento di te stessa nell'altrove peggiore ma tuo, e non sei ancora stata in grado di ricostruirti, e ti guardi allo specchio e non ti riconosci, e ti chiedi cosa mai stai facendo, ma soprattutto, chi sei. Perché ogni giorno porta nuove, interessanti, destrutturalizzanti sfide che alle volte non hai la minima voglia di affrontare eppure devi farlo, perché sai che altrimenti quell'indispensabile processo chiamato "integrazione", nei fatti, non si verificherà.
Capita che alle volte tu voglia solo dormire, obnubilare, dimenticare, almeno un po'. Perché eri convinta che le sfide servano a rendere gli esseri umani più forti, ma non avevi fatto i conti con l'energia, e quando parti in riserva, se non ricarichi è scontato che ti fermi.
I primi mesi sono brutti, dicono. Ma passa, aggiungono. Arriverà un giorno bellissimo in cui ti sentirai parte integrante di questa realtà, avrai acquisito i tuoi strumenti per muoverti con sicurezza e, soprattutto, essere la guida giusta per la tua bambina, sarai soddisfatta della scelta fatta e la nebbia si diraderà, e potrai guardarla come un semplice fenomento atmosferico, e non come la metafora della tua vita attuale, 
Ci credo, eh, eccome se ci credo. Vorrei solo sapere dove si prende il treno superveloce per arrivarci, a quel giorno.

venerdì 28 novembre 2014

Cominciò così...

 La domanda potrebbe sorgere spontanea: che razza di titolo è? Dov'è che andò Friburgo?
Friburgo, per quanto ne so, non va da nessuna parte. Siamo stati noi a venire qui. Un giorno abbiamo sganciato la bomba, nella quiete (si fa per dire) dell'atmosfera familiare:

"Insomma, noi abbiamo deciso di partire eh..."

"..."
"..."
"..."
Svariati boccheggiamenti dopo

"Ah, ecco... insomma avete deciso... e dove andate?"
"Andiamo a Friburgo, l'offerta di lavoro è stata fatta da lì."
"Friburgo... Friburgo andó?!"
"In Germania"
"Ah, in Germania... vicino Monaco?"
"Beh, no, piuttosto dall'altra parte, è sempre Germania del sud ma sta ad ovest, è al confine con la Francia e con la Svizzera"
"Ah... Ma insomma è sempre vicino a Monaco, no?"

 Questa cosa della vicinanza a Monaco, chissà perché, sembrava rassicurare una famiglia in preda allo stordimento totale per la ferale notizia, e chi siamo noi per rubare sicurezze altrui?!

"Sì, sì, diciamo che è vicino..."

Più dei 1000 e rotti chilometri che ci separano da dove siamo nati sicuramente!

 Quindi Friburgo andó, con la ó di oliva, una o chiusa, una parola che dalle nostre parti significa "dove", e che in questo contesto vuol dire tutto: ma in quale parte oscura di mondo si trova Friburgo, ma perché proprio così lontano, ma perché non ci ripensate, ma soprattutto che caxxo andate a fare lì da soli senza parlare un'acca di tedesco con una bambina piccola...

 Una parola, un mondo di significati. Talmente piena di significati che ha la densità di un buco nero.

 Ed infatti eccoci qui, in questa Friburgo andó che nessuno conosce; ma non poteva essere Monaco - aridaje! - o Berlino, o Francoforte, o Stoccarda, o magari pure Lipsia, toh, che almeno uno di nome la conosceva... No, il destino ci ha spediti qui, ed è in questa città (anzi, nella sua provincia) sconosciuta ai più e pur tuttavia bellissima, nel mezzo della Foresta Nera, che scriveremo la nostra storia di ennesima famiglia italiana expat - che, diciamocela tutta, è molto più figo di "immigrati disperati di nuova generazione con la valigia non di cartone ma Made in China"!